La terapia Cognitivo-Comportamentale

La terapia Cognitivo-Comportamentale (in inglese Cognitive-Behaviour Therapy, CBT) è considerata uno dei modelli più efficaci per la comprensione e il trattamento di numerosi disturbi e patologie.  Quest’approccio ritiene che vi sia una stretta relazione tra emozioni, pensieri e comportamenti, evidenziando come i problemi emotivi siano in gran parte il prodotto di credenze disfunzionali che si mantengono nel tempo, a dispetto della sofferenza che il paziente sperimenta e delle possibilità e opportunità di cambiarle, a causa dei meccanismi di mantenimento.

La CBT si identifica in tre approcci: la terapia della ristrutturazione cognitiva, la terapia del problem solving, e la terapia delle abilità di fronteggiamento (coping skills therapy) (Mahoney e Arnkoff, 1978).

La ristrutturazione cognitiva è diventata all’interno della CBT, la terapia “elettiva”, sviluppando nel corso del tempo una terapia coerente e operativa, utilizzando una molteplicità di tecniche che s’integrano tra loro e ampliando la teoria stessa.

I terapeuti che utilizzano la CBT, privilegiano l’uso della ristrutturazione cognitiva per trattare il problema presentato e poi, utilizzano la terapia delle coping skills per completare il progetto terapeutico; infatti questa terapia viene utilizzata come trattamento coadiuvante, in base alle esigenze cliniche di un determinato disturbo psicologico.

La terapia delle “coping skills” rappresenta una svariata raccolta di abilità, di tecniche che molto spesso si presentano, slegate tra di loro.

Ma cosa s’intende precisamente per “coping”? Un’abilità di coping è una risposta organizzata in riferimento ad una data situazione con lo scopo di raggiungere un obiettivo o di risolvere un problema. La natura orientata a una meta di un’abilità è ciò che la differenzia da una reazione emotiva o fisica spontanea.

Snyder e Dinoff (1999) definiscono il coping, una risposta volta a diminuire l’impatto fisico, emotivo e psicologico che è legato a eventi di vita stressanti e problemi di ogni giorno.

La psicoterapia Cognitivo Comportamentale è ad oggi considerata una modalità di trattamento valida ed efficace dal punto di vista scientifico ad “evidence-based medicine” cioè supportata da un elevata mole di ricerche empiriche.

Gli obiettivi dell’approccio Cognitivo Comportamentale sono:

  • Identificare gli schemi cognitivi, i pensieri, le emozioni e i comportamenti che innescano e mantengono il disagio psichico;
  • Imparare a riconoscerli nel momento in cui si attivano;
  • Costruire nuove prospettive con pensieri e comportamenti più utili.

Storia della terapia Cognitivo Comportamentale

Il Cognitivismo è un modello teorico psicologico di derivazione comportamentista che ha ricevuto apporti anche da altre scuole psicologiche di differenti impostazioni, come le scuole psicodinamiche o sistemico–relazionali.

Sul modello teorico cognitivista nato in Inghilterra, si sono sviluppate dagli anni ‘60’ alcune tecniche psicoterapeute impiegate in combinazione con le metodiche comportamentali.

Ellis e Beck sono considerati congiuntamente i padri del cognitivismo, infatti, i due studiosi di formazione comportamentista pubblicarono nello stesso periodo il modello teorico ‘behavorista’ in cui svilupparono importati considerazioni derivanti dalla loro esperienza di terapeuti comportamentali.

La terapia cognitiva ha avuto origine dall’insoddisfazione nei confronti della rigidità della terapia comportamentale e degli aspetti più tradizionali della psicoterapia psicoanalitica che predominava la prima metà degli anni ’70.

I terapeuti che si erano orientati verso un approccio di tipo empirico, erano insoddisfatti a causa delle difficoltà che riscontavano nel definire e sostenere empiricamente molte delle principali tematiche della psicoanalisi.

D’altro canto anche l’approccio comportamentista  era risultato insoddisfacente per il trattamento di alcuni disturbi psichiatrici come ad esempio la depressione, i disturbi  di panico e il disturbo d’ansia generalizzato,  inoltre molti dei suoi aspetti centrali non potevano essere confermati a livello sperimentale.

Tutto questo ha dato avvio alla “rivoluzione cognitivista” che ha avuto inizio tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80.

L’asserzione alla base della terapia cognitiva è che l’elaborazione dell’informazione è una caratteristica distintiva dell’essere umano poiché consente alle persone di costruire delle rappresentazioni indicative di se stesse e del mondo.

Gli esseri umani elaborano continuamente flussi d’informazioni provenienti dall’ambiente sia interno sia esterno.

Essi ricevono, decodificano, immagazzinano e recuperano informazioni; questa elaborazione dell’informazione gioca un ruolo centrale nell’ adattamento e nella sopravvivenza dell’essere umano (D. A. Clark et al., 1999). Le persone rispondono alle rappresentazioni cognitive dell’ambiente piuttosto che direttamente dell’ambiente stesso.

Queste rappresentazioni cognitive–pensieri, interpretazioni, credenze e comportamenti possono essere monitorate, valutate e modificate.

Dato il ruolo centrale occupato dalla cognizione, rappresentata da un’evidente plasticità, il cambiamento a livello cognitivo può avere un’influenza significativa sul funzionamento emotivo e comportamentale (Dobson, Dozois, 2001).

Il modello cognitivista considera necessario il cambiamento cognitivo al fine di ottenere un cambiamento stabile sia nel comportamento sia nella sfera emotiva.

Le persone sono continuamente impegnate nella costruzione personale della propria realtà. Queste costruzioni interpretative influenzano direttamente le risposte comportamentali e fisiologiche o in modo positivo che rappresenta un indice di adattamento o in modo negativo, che in questo caso può portare all’insorgenza di disturbi emotivi e a una compromissione del normale funzionamento mentale.

Le nostre interpretazioni sono il prodotto sia dell’informazione sensoriale che riceviamo, sia anche della memoria autobiografica a lungo termine e dei processi di ordine superiore come il ragionamento e la comprensione.

Secondo il modello cognitivista, il disturbo patologico del pensiero, delle emozioni e dell’umore è caratterizzato da un bias all’interno del sistema di elaborazione dell’informazione producendo un’attivazione eccessiva o deficitaria di particolari strutture o schemi di significato (A. T. Beck, 1987).

L’obiettivo della terapia cognitiva è quello di regolare questo bias all’interno del sistema di elaborazione dell’informazione, attenuando la valenza eccessiva di schemi cognitivi negativi o disfunzionali e rinforzando l’accesso a modelli di pensiero più adattivi (A. T. Beck, 1996; D. A. Clark, et al, 1999).

Il modello cognitivo parte dall’assunto che il cambiamento di cognizioni disadattive, strategie di elaborazione e strutture di attribuzione di significato sia fondamentale importanza per la remissione dei disturbi psichiatrici e psicologici (A. T. Beck et al., 1979; Haaga et al., 1991).

I pensieri, le immagini e le interpretazioni distorte che caratterizzano i disturbi psichiatrici sono il prodotto finale di un sistema di elaborazione dell’informazione distorto nelle strutture e nei processi attivati durante i periodi di disagio emotivo.

Il modello cognitivo offre una prospettiva sulla psicopatologia sia a livello descrittivo, sia a livello di vulnerabilità individuale (A. T. Beck, 1987).

Al livello descrittivo della concettualizzazione, il modello cognitivo ritrae l’organizzazione e la funzione delle diverse strutture, processi e prodotti cognitivi che caratterizzano il funzionamento cognitivo durante gli episodi sintomatici acuti.

Due ipotesi ritenute particolarmente rilevanti a livello descrittivo sono la “specificità del contenuto cognitivo e il primato cognitivo” (A. Clark et al., 1999):

  • Ipotesi della specificità del contenuto cognitivo: ogni disturbo psichiatrico e psicologico ha un suo peculiare profilo cognitivo riguardante determinati contenuti o temi all’interno dei pensieri, delle immagini, delle credenze delle valutazioni che vanno a tracciare il disturbo.
  • Ipotesi del primato cognitivo: i pensieri e le credenze disadattive hanno un’influenza sui sintomi comportamentali, emotivi, somatici e motivazionali dei disturbi psicologici.

Inoltre il modello cognitivo propone alcuni costrutti legati alla vulnerabilità individuale o alla casualità nell’eziologia della psicopatologia (A. T. Beck , 1987, 1986; A. T. Beck et al, 2004). Le differenze individuali sono viste in termini di una sottostante vulnerabilità cognitiva, la quale rimane latente e inattiva finché non è attivata da un’esperienza significativa. Il modello cognitivo assume per questo la prospettiva “ diatesi–stress” secondo la quale determinati schemi disadattivi, come ad esempio il risultato di esperienze infantili negative, restano inattivi finché non sono stimolati da un evento di vita corrispondente (A. T. Beck, 1987).

Sebbene il funzionamento cognitivo disfunzionale contribuisca all’insorgenza e alla patogenesi dei disturbi psicopatologici esso non è condizione necessaria o sufficiente a causare un disturbo(Riskind, Alloy, 2006). Piuttosto diversi fattori, biologici, genetici, sociali, comportamentali ed emotivi, uniti ad una disfunzione cognitiva, contribuiscono allo sviluppo di un disturbo psicopatologico e da questo anche la sua guarigione (A. T. Beck , 1987).

Strutture cognitive e schemi disadattivi

Gli schemi sono delle stabili rappresentazioni interne semantiche di stimoli, idee, o esperienze che organizzano e integrano le nuove informazioni in maniera rilevante, determinando il modo in cui i fenomeni sono percepiti e concettualizzati (A. T. Beck 1967; D. A. Clark et al., 1999; Williams et al., 1997). Come strutture ipotetiche contenenti le rappresentazioni di significato immagazzinate, gli schemi orientano la selezione, la codifica, l’organizzazione, la conservazione e il recupero delle informazioni.

Il contenuto degli schemi è palese nelle convinzioni, nei comportamenti e nelle credenze della persona.

Tenendo conto che il contenuto degli schemi prende forma dalle esperienze quotidiane, tali schemi guidano le interpretazioni delle nostre esperienze di vita. Le credenze e i comportamenti determinano il tipo d’intensità delle nostre risposte emotive attraverso la rappresentazione simbolica della situazione (D. A. Clark et al., 1999). E’importante precisare che ci sono differenti tipi di contenuto degli schemi: a livello di base troviamo gli “schemi semplici” che rappresentano la conoscenza del singolo oggetto o idea, a un livello successivo abbiamo “le convinzioni intermedie, che consistono in regole, assunti e comportamenti usati per giudicare e orientare noi stessi e le nostre interpretazioni delle altre persone e delle esperienze personali”. L’ultimo tipo di contenuto è costituito dalle “convinzioni nucleari”. Queste convinzioni sono il contenuto degli schemi più importanti e affondano le loro radici nei primi anni di sviluppo (J.S.Beck ,1995). Le convinzioni nucleari sono credenze globali, rigide, assolute e ipergeneralizzate riguardanti se stessi e gli altri e il mondo personale e hanno una potente influenza su come noi percepiamo noi stessi e l’ambiente che ci circonda.

Immagini e pensieri automatici negativi.

Aron T.Beck (1963, 1976) sosteneva che i pensieri automatici negativi fossero il prodotto di un sistema difettoso di analisi dell’informazione di cruciale importanza nella comprensione della disfunzione cognitiva nelle situazioni ciniche.

Egli notò che immagini e pensieri automatici tendono a essere specifici secondo le preoccupazioni del momento e sono atti mentali involontari molto ammissibili rispetto allo stato affettivo del momento o delle disposizioni personali. Immagini e pensieri automatici giocano un ruolo centrale nella terapia cognitiva perché costituiscono l’oggetto primario dell’intervento.

La correzione del sistema distorto di elaborazione dell’informazione e la modificazione degli schemi disfunzionali avvengono quando i terapeuti aiutano ripetutamente il paziente a identificare e ristrutturare immagini e pensieri disadattivi associati all’esperienza personale.

I ricercatori clinici cognitivisti hanno inoltre riconosciuto altri tipi di cognizione che sono importanti come il rimurginio, la ruminazione e i pensieri indesiderati (D. A. Clarck, 2005; Davey, Wells, 2006; Leahy, 2005; Papageourgiou, Wells, 2004).